It’s over
L'eredità di Guardiola.

Dieci anni e venti trofei dopo, l’avventura di Pep Guardiola al City volge al termine. In pole position per la sua sostituzione, secondo i media britannici, ci sarebbe Enzo Maresca.
Il quarantaseienne italiano appare effettivamente la soluzione più logica: vicino al catalano per filosofia, già suo assistente a Manchester, l’ex tecnico del Chelsea non dovrebbe avere problemi a entrare in sintonia con l’organizzazione del club.
Insomma, ci dovrebbero essere meno tensioni rispetto a quelle che hanno segnato gli ultimi mesi del rapporto fra Maresca e la proprietà BlueCo a Londra.
Sotto l’aspetto tattico il calcio di Maresca rappresenta una versione più classica del modello posizionale di Guardiola e questo dovrebbe significare il ritorno in pianta stabile dei falsi terzini che si uniscono ai centrocampisti, strutture ben fissate in possesso (pur variando in funzione dell’avversario di turno), una occupazione più razionale degli spazi e un gioco meno diretto rispetto all’ultimo City, nonostante Erling Haaland.
Per il resto, il nuovo allenatore non dovrà avviare una ricostruzione, essendo quest’ultima già iniziata con le partenze dei vari Ederson, Kyle Walker, İlkay Gündoğan e Kevin De Bruyne e l’arrivo di Rayan Cherki, Abdukodir Khusanov, Marc Guéhi e compagnia.
Ovviamente, per avere una prima e più chiara idea di come sarà il City del dopo Guardiola si dovrà attendere il mercato, per capire che tipo di squadra avrà a disposizione Maresca per quella che, a oggi, rappresenta la sfida più importante della sua giovane carriera da allenatore.
Tornando a Guardiola, è impossibile sottovalutare l’impatto culturale che lo spagnolo ha avuto sul calcio inglese. E questo al di là delle vittorie, comunque ragguardevoli se teniamo conto che Pep ha portato nella bacheca del City 17 trofei.
I critici continueranno a dire che il suo Manchester ha vinto perché ha speso molto, anche oltre le regole o che ha vinto meno Champions di quante ne avrebbe potute conquistare. Si tratta però di ragionamenti del tutto simili a quelli che venivano utilizzati per sminuire il lavoro di Arrigo Sacchi al Milan, quando si attribuivano i successi di quella squadra ai soldi di Silvio Berlusconi e ai tre olandesi o quando si diceva (all’opposto di Pep) che il romagnolo aveva vinto pochi scudetti (uno solo).
Qui non si tratta però di parlare di campionati e coppe, bensì di come Guardiola abbia contribuito a cambiare il calcio inglese e la sua percezione all’estero. Fino a non molti decenni fa infatti il football britannico era sinonimo di palla lunga e pedalare. Con l’avvento di Guardiola invece si è visto qualcos’altro. Da quell’agosto 2016, data dell’esordio in Premier di Pepe (in un Manchester City - Sunderland), di acqua sotto i ponti ne è passata molta.
Guardiola ha portato il posizionalismo in Inghilterra: possesso esasperato, controllo ossessivo della partita tramite il pallone, falsi terzini, rotazioni, occupazione razionale degli spazi, costruzione dal basso a partire dal portiere (prima Claudio Bravo e poi Ederson), pressing uomo contro uomo. Anche se c’è stata una evoluzione nelle ultime due stagioni (col City che ha mostrato di saper essere anche diretto quando necessario), la sua idea di gioco è rimasta fondamentalmente la stessa.
Dietro di lui sono poi andati gli altri. Oggi quasi tutte le squadre di prima divisione (e anche delle serie minori) hanno preso spunto dal modello guardiolesco. Le partite in Inghilterra (a ogni livello) sono diventate simili a partite a scacchi, con squadre che cercano di manipolare la struttura avversaria. Esattamente ciò che avvenne in Italia col 4-4-2 di Sacchi.
E, come nel caso della zona del vate di Fusignano, anche Guardiola non è stato il primo a proporre oltremanica un calcio ragionato, di palleggio. Prima di lui avevamo avuto ad esempio Brendan Rodgers e Micahel Laudrup con lo Swansea o Mauricio Pochettino con il Southampton. Il modello di questi allenatori era però il Barcellona, allenato proprio da Guardiola.
L’avvento del catalano ha costretto tutti gli allenatori, giovani o più maturi, ad aggiornarsi per restare al passo. Soprattutto tenuto conto del fatto che il catalano si è rinnovato egli stesso continuamente, cercando di anticipare le mosse degli altri. Insieme a Jürgen Klopp, Guardiola è stato il manager più influente nell’ultima decade del calcio inglese.
Ma la prova maggiore che testimonia l’importanza avuta dal passaggio di Guardiola oltremanica la sia ha guardando l’Inghilterra: se la nazionale dei bianchi, prima con Gareth Southgate e ora con Thomas Tuchel, gioca un calcio diverso dalla tradizione, lo si deve per l’appunto all’influenza esercitata dallo spagnolo.
Samba do Brasil
Ha ragione Carlo Ancelotti quando afferma che «il calcio non è una scienza esatta. Ognuno ha la sua opinione›› è che le sue scelte potranno essere giudicate soltanto a Mondiale finito.
Trattandosi del Brasile, questo significa che scorreranno fiumi d’inchiostro in un mare di polemiche se la nazionale verdeoro concluderà la campagna nordamericana con un risultato diverso dalla vittoria.
Detto questo, la lista dei convocati diramata in diretta dal cittì della Seleçao può già essere un buon punto di partenza per farsi una prima idea del valore della squadra cinque volte campione del Mondo.
Tutta la discussione precedente (e anche seguente) la nomina dei ventisei giocatori scelti si è concentrata sulla presenza di Neymar. Alla fine, lo sappiamo, Ancelotti ha accontentato tutti e ha chiamato il giocatore del Santos.
Ma la questione lista ovviamente non si chiude con la decisione su O’Ney. A far discutere è ad esempio l’assenza di João Pedro.
Le venti reti complessive realizzate dal giocatore col Chelsea quest’anno non sono dunque state considerate sufficienti per andare negli Stati Uniti. Ancelotti gli ha preferito Rayan del Bournemouth e Igor Thiago del Brentford. Fuori anche Richarlison.
L’attacco comunque resta il reparto più forte della squadra. Accanto ai giocatori sopra menzionati ci sono infatti da contare anche Vinícius Júnior, Raphinha, Endrick, Gabriel Martinelli, Luiz Henrique e Matheus Cunha.
A centrocampo si può discutere dell’assenza di Gabriel Sara, ma comunque ci sono sempre Bruno Guimarães, Casemiro, Danilo Santos, Fabinho e Lucas Paquetá. Qualche perplessità la desta invece la difesa. A sinistra potrebbe partire titolare Douglas Santos, sulla carta non una sicurezza. Sarebbe meglio puntare sul romanista Wesley, che però potrebbe essere dirottato a destra, la sua posizione naturale.
Al centro forse poteva starci Léo Ortiz, anche se attualmente ha al suo attivo solo due presenze in nazionale. C’è invece Danilo, suo compagno di squadra, ma non titolare, al Flamengo. Con questa squadra la Seleção andrà alla ricerca del suo primo titolo dal 2002. Ci riuscirà?
Spygate
Come noto, a giocarsi l’ultimo posto fra le magnifiche venti squadre che parteciperanno alla Premier 2026-27 sono state Hull City e Middlesbrough (con vittoria dei Tigers). Il Boro era stato ripescato dopo essere stata sconfitto in semifinale da un Southampton poi squalificato per lo scandalo spygate. In sintesi, per chi non ne fosse a conoscenza, i Saints sono stati esclusi dall’atto conclusivo dei playoff promozione per lo spionaggio effettuato da William Salt (un analista del club) al campo di allenamento del Middlesbrough, al fine di carpirne i segreti in vista appunto dello scontro fra le due squadre.
Il responsabile principale di questa azione di spionaggio è stato identificato in Tonda Eckert, tecnico del Southampton. Il futuro del trentatreenne al St Mary’s è quindi ora in dubbio. E questo pur in presenza di un ottimo lavoro svolto sul campo.
Quando, lo scorso novembre, i Saints decisero di licenziare Will Still, la squadra si trovava in ventunesima posizione in classifica. La scelta di affidare la guida tecnica a Eckert aveva raccolto più di una perplessità. In fondo, il tedesco alle spalle aveva soltanto esperienze in settori giovanili, pur se prestigiosi come quelli del Bayern Monaco e del Lipsia (oltre che a Colonia e Salisburgo).
Con i grandi, nel curriculum Eckert vantava solo il ruolo di assistente al Barnsley e al Genoa. Eppure Eckert è riuscito a risollevare il Southampton, fino a condurlo a un passo dalla promozione diretta.
Il giovane tedesco si avviava dunque a una brillante carriera nel calcio inglese. Ora questo volo potrebbe interrompersi, dato che la FA dovrebbe prendere provvedimenti nei suoi confronti. Una lunga squalifica è all’orizzonte. Non solo. Anche il licenziamento da parte del club diventa sempre piè probabile.
E non è finita qui. L’esclusione dall’atto conclusivo dei playoff ha tolto al Southampton la possibilità di tornare immediatamente in Premier dopo la retrocessione dello scorso anno. Il che significa anche la perdita di circa £200milioni. Tanto infatti è valutata la salita nella massima divisione, fra introiti televisivi, ricavi commerciali e maggior incassi per il club promosso.
Di conseguenza, Eckert potrebbe essere chiamato a rispondere per vie legali di queste perdite. E poi ci sono i calciatori. Anch’essi sono infatti stati danneggiati dalla mancata possibilità di salire in Premier. Si pensi solo agli eventuali adeguamenti di contratto che potevano ricavare dopo la promozione. I giocatori potrebbero dunque fare causa per danni al club, che potrebbe rivalersi anche per questo sull’allenatore. Si prospettano dunque tempi difficili per Eckert.









