Si parte!
Scatta il maxi Mondiale.

Il gigantismo è qui. Giovedì 11 giugno infatti, alle 21 ora italiana, a Citta del Messico, prenderà il via il Mondiale più grande di sempre: 48 squadre, 104 partite, sedici stadi, dodici gironi, un nuovo turno a eliminazione diretta (i sedicesimi).
Una coppa del Mondo nordamericana o, forse, sarebbe meglio dire la seconda statunitense (dopo quella del 1994), dato che 78 partite si giocheranno negli USA mentre Canada e Messico ne ospiteranno tredici ciascuno. FIFA, di tutto, di più.
Impossibile analizzare tutte le squadre partecipanti. Pertanto, in questa sede, ci limiteremo a fare qualche discorso generale, pur consapevoli di tralasciarne altri.
Tra gli aspetti più rilevanti, oltre alle nuove norme introdotte contro le perdite di tempo (e già si è visto cosa potrebbero produrre) c’è il fatto che, come noto, le partite saranno intervallate da due cooling break di tre minuti ciascuno.
In pratica, al posto dei canonici due tempi da quarantacinque minuti assisteremo a sfide suddivise in quattro quarti da ventidue minuti e mezzo circa. Per combattere il caldo? Sarà, ma sicuramente anche per andare incontro a esigenze di natura economica, dato che aumenteranno gli spazi pubblicitari.
C’è già chi ne ha approfittato: durante l’amichevole contro il Senegal, il cittì degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino, ha tirato fuori il Mac e si è messo a impartire istruzioni di carattere tattico.
In base a quanto riportato da The Athletic la FIFA si è espressa favorevolmente in merito alla possibilità di poter fare altrettanto anche durante il Mondiale, cioè di poter utilizzare dei laptop per dare spiegazioni e far vedere video ai giocatori.
La strada è dunque tracciata e anche il calcio introduce il timeout. Sicuramente queste novità andranno incontro alle esigenze del pubblico nordamericano, abituato ai quattro tempi divisi da tre intervalli già presenti nella NFL. Di certo, però, cambia la natura del gioco.
Sotto l’aspetto più squisitamente tecnico, visti gli orari e la canicola è lecito immaginare una riedizione proprio di quel torneo del 1994. Il che dovrebbe significare difficoltà da parte delle squadre nel tenere ritmi alti, con fasi di pressing limitate o, comunque, tendenti a scemare nel corso dei novanta minuti e della competizione.
In questo senso, si potrebbe ripetere quanto visto un anno fa nella coppa del Mondo per club. I giocatori più dotati tecnicamente, con maggior tempo a disposizione per giocare la palla, ne dovrebbero trarre beneficio.
A tutto ciò si aggiunga che, pur con la già menzionata predominanza del numero di partite da disputarsi negli States, rispetto a trentadue anni fa gli spostamenti aerei copriranno tre Paesi.
Chi vincerà?
In settimana The Athletic ha pubblicato un articolo interessante nel quale ha analizzato le caratteristiche delle ventidue nazionali che hanno vinto le precedenti edizioni, alla ricerca di quei fattori comuni che sembrano condizioni necessarie per sollevare la coppa del Mondo
Senza voler entrare nelle pieghe del contributo (al quale vi rimando), quello che è interessante sottolineare a mio giudizio è che, in generale, i Mondiali in passato sono stati vinti da una delle migliori fra le partecipanti al torneo.
Si può discutere all’infinito, sul piano puramente utopistico, se nel 1974 il titolo lo avrebbe dovuto vincere l’Olanda o se, quattro dopo in Argentina, la vincitrice migliore sarebbe stata l’Italia. Si potranno sempre trovare sostenitori dei meriti del Brasile nel 1982 o, ancora, dell’Italia nel 1990, così come giova ricordare (come fa The Athletic) che, da quando esiste il ranking FIFA (1992), nessuna squadra arrivata al torneo da no.1 abbia poi effettivamente sollevato la coppa (ma questo, semmai, ci dice più di quanto effettivamente valga il ranking FIFA che non altro).
È, però, fuor di dubbio che, alla fine, avincere sia stata, se non la più forte tra le squadre presenti al torneo, almeno una delle più forti, come dicevamo. Questo, invece, non è sempre stato il caso nei tornei continentali. Prendiamo gli Europei: difficile sostenere che Danimarca (1992), Grecia (2004), Portogallo (2016) e Italia (2021) fossero fra le migliori formazioni presenti nei rispettivi campionati che le hanno viste trionfare.
Come mai questa discrepanza fra campionati continentali e Mondiali? L’impressione è che stato di forma e una certa dose di causalità abbiano un’incidenza inferiore nella coppa del Mondo, torneo dove poi si confrontano squadre di tutto il globo e dove, di conseguenza, il livello è più alto. All’Europeo, ad esempio, nono ci sono Brasile e Argentina.
In questa edizione nordamericana inoltre, con il nuovo formato, le due finaliste che arriveranno all’atto conclusivo della manifestazione avranno giocato otto partite, una in più delle tradizionali 7 previste nelle edizioni precedenti. Difficile arrivare in fondo, con così tanti ostacoli davanti, senza essere una delle migliori squadre.
Per chi tifare?
Non c’è l’Italia e, quindi, spazio alla fantasia. Facile tifare per l’Argentina di Lionel Messi, per il Brasile di Neymar o per il Portogallo di Cristiano Ronaldo. Quali che siano le vostre scelte, non si può non provare simpatia per Scozia, Giappone e Olanda: chi non ama gli scozzesi o non è cresciuto con Captain Tsubasa o, ancora, non spera che la nazionale di Johan Cruyff vinca prima o poi la coppa del Mondo?
Per quanto riguarda i primi, un duro colpo è l’infortunio subito da Billy Gilmour nell’amichevole contro Curaçao, che escluderà il napoletano dalla competizione. Al suo posto è stato convocato Tyler Fletcher, centrocampista del Manchester United.
L’obiettivo per la nazionale di Steve Clark è sempre il solito: superare lo scoglio del primo turno, cosa mai riuscita in precedenza alla Tartan Army. Probabile che si cerchi l’impresa partendo dal 3-5-2, con due attaccanti centrali. In questo reparto qualche nome interessante c’è, a partire da Lyndon Dykes e Ché Adams per arrivare al veronese Kieron Bowie e a Lawrence Shankland, attaccante della rivelazione Hearts recentemente ceduto ai Rangers.
Anche il Giappone ha perso una stella con l’infortunio di Kaoru Mitoma. Si punterà quindi su Ritsu Dōan, Takefusa Kubo e Daizen Maeda.
La formazione di Hajime Moriyasu, una delle rivelazioni in Qatar (dove ha sconfitto Germania e Spagna) è attesa dal difficile compito di fare meglio rispetto a quattro anni fa. L’obiettivo per i Samurai Blue è infatti quello di arrivare ai quarti di finale. Sarebbe una prima storica per la squadra del Sol Levante.
Le partite di avvicinamento hanno confermato l’ottimo stato di forma di un undici che è spesso letale in contropiede, un tipo di gioco che dovrebbe aiutare il Giappone contro avversarie più quotate. In partite contro blocchi bassi invece i nipponici faranno affidamento sulle tradizionali qualità nel muovere velocemente palla e sull’uno contro uno dei giocatori più talentuosi.
Quando poi il loro 3-4-2-1 andrà a riposizionarsi in un 5-4-1 senza palla, non sarà facile per le squadre avversarie riuscire a superare il blocco difensivo giapponese.
Nello stesso gruppo del Giappone si trova anche l’Olanda, tre volte finalista al Mondiale, ma sempre sconfitta (1974, 1978 e 2010).
Ronald Koeman, alla sua seconda avventura come cittì olandese, ha selezionato una rosa senza nomi altisonanti, ma piena di giocatori funzionali all’identità tattica che vuole trasmettere. Gli infortuni hanno tolto di mezzo Jerdy Schouten e Xavi Simons. Il centrocampo è comunque di qualità con Frenkie de Jong, Ryan Gravenberch e Tijjani Reijnders.
Davanti si punta ancora su Memphis Depay, ma forse Koeman dovrebbe pensare a utilizzare da centravanti Donyell Malen visto quel che di buono ha fatto il calciatore da quando, a gennaio, è andato a giocare alla Roma in quella posizione.
Per il resto, Koeman tende a schierare la squadra col 4-2-3-1, che poi sviluppa 3-2-5 grazie alla salita a destra di Denzel Dumfries. Proprio la presenza dell’interista (promesso sposo del Real Madrid) fa sì che l’Olanda prediliga spingere da quella parte di campo. Una costante che dovrebbe riproposi anche ai Mondiali.
Cose turche
Sedotto (e abbandonato) dal Napoli, che gli ha preferito Massimiliano Allegri, Vincenzo Italiano ha alla fine accettato la corte serrata del Beşiktaş.
Scelta corretta? Da una parte il tecnico nato a Karlsruhe avrebbe potuto rimanere alla finestra, in attesa di qualche chiamata importante (in Italia o all’estero) a stagione in corso. Chiamata che difficilmente si sarebbe fatta attendere, visto il percorso fatto a Bologna.
Tuttavia, era anche difficile dire di no all’offerta del presidente delle aquile nere, Serdal Adali, che ha messo sul piatto della bilancia un contratto per due stagioni da €6 milioni all’anno.
L’obiettivo della dirigenza turca è ovviamente quello di riportare i bianconeri sui livelli delle due rivali cittadine Galatasaray e Fenerbahçe. Per riuscirci, il club si è affidato a un tecnico che, presumibilmente, porterà in Turchia il suo credo calcistico fatto di gioco verticale, pressing esasperato a tutto campo e linea di difesa alta.
Insomma, per certi versi arriva in Süper Lig l’erede di Zdeněk Zeman. La speranza per i tifosi del Beşiktaş è che Italiano faccia meglio di quanto realizzò il boemo durante la breve esperienza col Fenerbahçe.










